Marco, il tuo nuovo brano “Unfurl” è descritto come un movimento che nasce in silenzio e si dispiega lentamente. Da dove nasce l’ispirazione per questa composizione?
“Unfurl” nasce da un’immagine interiore molto precisa: quella di qualcosa che si apre senza fretta, come un orizzonte che si allarga o un respiro che si distende. Volevo creare un brano che non imponesse la propria presenza, ma che arrivasse all’ascoltatore in modo naturale, quasi spontaneo. L’ispirazione è venuta da momenti di quiete, da quei frammenti di vita in cui il tempo sembra rallentare e permettere allo sguardo – e all’ascolto – di andare più lontano.
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Nel brano si percepisce una grande cura del dettaglio e una stratificazione sonora molto delicata. Come lavori alla costruzione di questi paesaggi sonori?
Il mio approccio è molto organico. Parto quasi sempre da un nucleo minimale, un suono che mi suggerisce un’emozione. Da lì inizio a costruire, aggiungendo elementi che non devono mai sovraccaricare, ma dialogare tra loro. Mi interessa che ogni strato abbia un suo respiro, che contribuisca a creare un ambiente più che una semplice melodia. È un lavoro di sottrazione e ascolto continuo: capire cosa serve e cosa invece va lasciato andare.
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“Unfurl” sembra muoversi tra elettronica atmosferica, post‑rock introspettivo, ambient europeo e minimalismo. Come vivi questa libertà di linguaggio?
Per me è fondamentale. Non mi interessa aderire a un genere fisso, ma usare i linguaggi che sento più vicini a ciò che voglio esprimere. Il metal mi permette di creare spazi, il post‑rock mi dà un senso di movimento emotivo, l’ambient europeo mi offre una dimensione contemplativa. Tutto questo però non è mai un collage: cerco sempre una coerenza interna, una voce che sia mia, con l’aggiunta di elementi e strumenti che possano, via via, amplificare quel senso di percezione. Il linguaggio parte da una mia introspezione, spesso mi ispiro a mie poesie pubblicate in passato, oggi rimestate per una migliore musicalità, nel tentativo di mantenere un metro che possa essere adatto alla mia musica.

Il brano, pur essendo strumentale, racconta molto. Qual è la storia che senti più tua dentro “Unfurl”?
È la storia dell’apertura. Di un passaggio da uno stato di tensione a uno di liberazione. Non è un racconto lineare, ma un percorso emotivo: un avvicinamento, un’espansione, un ritorno alla quiete. Come per le mie poesie, mi piace pensare che ognuno possa trovarci la propria storia, perché la musica strumentale ha questa magia: diventa specchio di ciò che viviamo.
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A chi senti che “Unfurl” parla più profondamente?
A chi cerca uno spazio. A chi ha bisogno di una musica che accompagni senza invadere, che ispiri senza forzare. È un brano pensato per momenti di concentrazione, meditazione, cammino, ma anche per chi vuole semplicemente ritagliarsi un frammento di silenzio interiore. Credo che oggi abbiamo tutti bisogno di questo tipo di respiro. Un mondo in corsa si perde il gusto della lentezza, dell’osservazione.
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Nel climax centrale si percepisce una liberazione intensa ma mai eccessiva. Come trovi questo equilibrio?
L’equilibrio nasce dall’ascolto. Quando costruisco un crescendo, cerco sempre di mantenere una tensione controllata, evitando l’effetto “esplosione”. Voglio che l’ascoltatore senta un’apertura, non un’imposizione, voglio che avverta un crescendo che sia suo, che senta che sta per arrivare. Il climax di “Unfurl” è un punto di luce, non un picco drammatico. È come se tutto ciò che era rimasto trattenuto trovasse finalmente spazio per emergere. Siamo talmente anestetizzati al picco che spesso perdiamo il viaggio.
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Cosa rappresenta per te questo brano nel tuo percorso artistico?
“Unfurl” è un manifesto di ciò che voglio continuare a fare: musica che crea luoghi, non solo melodie. È un passo avanti nella ricerca di un linguaggio personale, un invito a rallentare, ad ascoltare ciò che si apre dentro e fuori di noi.
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LINK: https://www.youtube.com/@marconuzzoikarus/videos
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Intervista a Marco Nuzzo
A cura di Gioia Lomasti – Progetto ALMAX
