MARZO 2026: INTERVISTA A RONNIE JONES a cura di ROSSELLA BIASION

Il suo entusiasmo e amore per la musica fanno di lui un artista  che ama da sempre e più che mai il suo lavoro.

Stiamo parlando di Ronald Hugo Jones in arte Ronnie Jones, nato a Springfield (Stati Uniti) nel 1937.

Considerato uno dei cantanti più poliedrici e originali del panorama europeo, Ronnie Jones è stato recentemente nominato Ambasciatore “Honoris Causa per la Musica” dalla JTV Foundation, istituzione che ha come obiettivo quello di promuovere arte, cultura e solidarietà sociale, sostenendo cause benefiche attraverso mostre ed eventi.

Ciao Ronnie e benvenuto a Progetto Almax. Trapela il tuo entusiasmo per questo nuovo tassello da aggiungere alla tua carriera artistica. Complimenti! Non è da tutti essere nominati Ambasciatore “Honoris Causa per la Musica”.

Avevo scritto una canzone con il mio amico Simon Janet di Clusone intitolata Armonia, dove io ho potuto cantare anche una parte in inglese. Un giorno, mi chiama Janet e mi dice: sei disposto a fare da Ambasciatore a questa nuova iniziativa, che ha a che fare con l'arte e anche con la musica? Io ho detto di sì e pur non essendo italiano, sono onorato di poter fare questo. Poi, ho fatto due-tre viaggi a Clusone, per conoscere l'entità e cosa riguardava il progetto. Si trattava di salvaguardare l'arte in sé, comprendendo la musica, il disegno, la pittura, eccetera. Perché purtroppo oggigiorno con l'AI, si va a perdere tutto. Ovvero, puoi fare quello che non avresti mai immaginato, ma con una differenza basilare: l'AI non potrà mai avere un'anima, che è alla base di tutte le arti. Perché disegnando metti l'anima: non è solamente una fusione  di colori e linee, metti la tua anima nella tua arte, così come avviene nella musica.

Com'è nata la tua passione per la musica.

Quando avevo sei anni, scimmiottavo tutti i cantanti. Mia mamma da ragazza, voleva studiare musica lirica, poi con la mia nascita, le ho bloccato tutte le sue ambizioni. Allora ho detto: faccio anch'io il cantante, così ho iniziato a studiare musica e a suonare il clarino, ma non ci mettevo passione, però il canto mi piaceva tanto, soltanto che non avevo la voce di un ragazzino, ma bensì la voce di una ragazzina, perché io sono stato soprano fino a quindici anni. Allora, la passione è partita proprio da lì e l'Inghilterra mi ha dato la possibilità di esprimermi. Il mio rammarico è non aver mai cantato negli Stati Uniti, a parte un piccolo tour.  

Qual è stato il periodo artistico che ricordi con più piacere.

Ricordo tanti periodi. Uno di questi è quando ho fatto il dj, che per me è stato un ponte, perché è stato un momento negli anni 60 qui in Italia, dove i musicisti veri hanno dato spazio ai disc jockey. Al termine dell'edizione italiana del musical Hair, a cui  ho partecipato e che è stato un enorme successo, mi sono improvvisato dj, diventando uno dei primi conosciuti grazie “mamma Rai”, avendo così l'opportunità di lavorare. Con questa nuova esperienza, mi sono riavvicinato di nuovo alla parte del canto, perché durante le esibizioni come disc jockey cantavo sulle basi musicali, non come quelle attuali, dove si può avere un arrangiamento direttamente da Youtube, io lo facevo con le basi musicali dei dischi. Poi, quando ho avuto la possibilità come un cantante vero non Italia però, dove volevo farlo, ma in Germania,  ho inciso il mio primo disco, che era un cover. 

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Nella tua carriera hai lavorato con grandi artisti e personaggi dello spettacolo di altissimo livello. Chi hai apprezzato di più e perché?

Ho apprezzato tutti quelli con cui ho lavorato all'epoca, come Ray Charles e molti altri. Tra questi anche Sammy Davis Jr., perché era in grado di fare tutti i generi musicali, proprio come volevo fare io: il blues, il contemporaneo, il gospel, insomma, il mio sogno, perché in questo modo sarei stato un artista completo.  

La tua partecipazione a The Voice Senior è stata molto apprezzata e ne approfitto per chiederti cosa ne pensi dei talent show.

I talent show sono bellissimi, soltanto che è una promessa che non viene mantenuta. Perché secondo me, ma non posso ovviamente garantirlo ed è solo un mio pensiero, nei talent c'è della manipolazione, ovvero, l'artista non canta quello che sa cantare, ma bensì quello che gli altri gli chiedono di cantare.

Progetti per il futuro?

Il futuro mi sembra molto roseo, perché dopo il progetto di Clusone della JTV Foundation, la nostra idea è quella di arrivare anche alla scuola italiana, perché anche l'arte dovrebbe essere studiata già fin da piccoli in base alle attitudini, in questo modo il bambino potrà dedicarsi a quello che gli verrà naturale: questa è arte ed è la cosa più importante. Ricordati: i sogni dei bambini sono tanti, tutto quello che vedono vogliono fare. Se dai la stessa matita in mano a due bambini, uno riuscirà a disegnare una riga dritta, l'altro magari no. Questa è l'attitudine, perché non siamo tutti uguali. Io ad esempio volevo fare il cantante e quando ero piccino cantavo con la scopa in mano, fingendo che fosse il microfono.

Domanda d'obbligo: hai qualche rimpianto?

Uno solo: non ho mai potuto cantare negli Stati Uniti, dove sono nato, però volevo tornare big, non volevo partire dal basso.

Grazie Ronnie e per questa splendida intervista. 

ROSSELLA BIASION