Progetto Almax

15112015

2014 Febbraio - "BIG" Musica - LUCA BONAFFINI

Ciao Luca , ti ringraziamo per la partecipazione su Almax Magazine di cui siamo onorati. A 15 anni hai abbracciato la chitarra e ti sei appassionato alla musica d'autore, decidendo poi, per la musica, di interrompere gli studi; perché? Come la musica ti ha stregato? Nel 1983 ero iscritto a Pedagogia, presso la facoltà di Magistero di Verona. Avevo trovato un produttore (che poi si rivelò una ciofeca) a Bologna e contemporaneamente conosciuto Bertoli. L’abbandono degli studi universitari con la musica centra ben poco. Credo fosse la poca voglia di studiare, soprattutto una materia così lontana dai miei sogni adolescenziali. Astrologia è il tuo primo disco, registrato con mezzi di fortuna, lasciò perplessa la critica, nonostante la proposta per Sanremo; come mai? Quali erano, invece, i punti forti del disco e quindi del tuo primo periodo di far musica? Gli inediti. Nel senso che, a mio giudizio ma non solo, le cose migliori non le ho mai pubblicate. Una sorta di pizza, mangiata lentamente dal contorno per arrivare al centro. Oggi farei il contrario. Prima mi gusterei la parte più buona e lascerei la crosta per ultima. Nel 1992 nasce il progetto B.L.E.Z.; una sorta di Simon & Garfunkel all’italiana, come mai questa idea? È stata produttiva? Cosa ti è rimasto e cosa hai lasciato in quella esperienza? Bellissima. Suggella la collaborazione con Pierangelo, che diventa nel 1992 mio produttore e, grazie a lui, Caterina Caselli decide di pubblicarlo. Esperienza breve e intensa, bruciata da un mercato fioco e autoreferenziale, pronto politicamente per il Berlusconismo musicale. Infatti, sfiga vuole che Sugar Music della Caselli fosse in partner-ship con RTI music, la “parte” discografica dell’allora Fininvest. E Bertoli e Berlusconi hanno davvero poco in comune (a parte BER!) Scialle di Pavone, del 1998, non solo è un disco di successo, ma anche un progetto che diventa un libro multimediale; parlaci di questa bizzarra impresa. Beh, un progetto sano fortemente immaginato dalla mia ambizione di strutturare le cose: una modalità che sperimento fin da giovanissimo. Mio padre era un pittore, un insegnante di storia dell’arte, e io ho sempre avuto una passione per l’immagine (dal fumetto, alla foto, fino al cinema). Più che multimediale, la mia intenzione era intermediale; ovvero far si che i linguaggi artistici dialogassero tra di loro, creando così sinergie emozionanti e consistenti. Una bella idea, ben progettata, con qualche linea meno sul prodotto cd rom che avrebbe potuto essere davvero una cosa nuova. ”La canzone va a teatro” è un altro incontro di arti diverse e mescolate assieme, musica e teatro appunto; da dove nasce questo desiderio di ampliarsi? Da ragazzo amavo Brassens e Gaber. Mi piacevano gli chansonnier francesi, i cantautores spagnoli e i songwriters americani. Quelli, insomma, che non ballavano ne l’alligalli, ne il Qua Qua. Amavo lo  spessore dei monologhi teatrali e la loro risoluzione nelle canzoni, spesso piene di concetti e pensieri vivi. Altri anni, altri tempi. Poi, l’incontro con Flavio Oreglio e i musicomedians milanesi mi ha offerto la possibilità di studiare e meglio comprendere il genere teatro canzone che oggi è molto cambiato. Il tuo teatro molto spesso parla della crisi dell'uomo nel 900, perché? Il novecento è stato il secolo delle grandi contraddizioni. Da Hiroshima, alla conquista dei diritti civili, il processo di americanizzazione ci ha portato a ragionare solo esclusivamente in termini di economia. Economia su tutto. Anche sull’amore che, oggi, con le crisi di identità e dei valori, sta devastando le famiglie. Il novecento è il mio secolo, io sono nato lì dentro, nel 1962 in pieno boom economico. Si parla tanto, troppo di crisi, oggi. Ma il mondo non è in crisi: è solo vecchio. Bisogna ringiovanirlo…Con Enrico Ruggeri tratti a teatro in D(i)ARIO GAY il delicato tema dell'omofobia; vuoi spendere qualche parola in proposito? Cosa è stato fatto e cosa c'è ancora da fare perché ognuno possa essere libero di amare in Italia? Dario Gay, il personaggio realmente esistente protagonista dello spettacolo, porta in scena se stesso per raccontare la sua storia personale. Con Enrico, da sempre suo amico ed ex produttore, l’idea è stata quella di denunciare e sfottere l’omofobia strisciante. Quella che cammina mimetizzata da pseudo-valori, ma appena può si rivela la peggiore e la più discriminante. Leggi a parte, bisogna modificare il cervello della gente e portare nelle scuole un nuovo decalogo: quello del senso fisico e sensibile dell’essere “umani” e civili. Insomma la legge del rispetto. Nel corso della tua lunga carriera hai collaborato con nomi importanti della musica e dello spettacolo italiano; raccontaci qualche aneddoto. Beh… i più divertenti sono legati alla mia amicizia con Oreglio (nel 1985) che – seppur attraversati da eventi drammatici – restano ancora la parte più bella di quel periodo. Nel 2000 “Il momento è catartico” nacque per scherzo da una cosa che raccontai a Flavio, per farlo sorridere. Con la sua intelligenza (e un po’ di culo) diventò così lo slogan che gli fece fare fortuna. A me è rimasto lo slogan, a lui anche la fortuna! Raccontaci di Mantova e della sua vita artistica, una provincia bellissima ma che non viene nominata spesso. Mantova è piena di artisti che se ne vanno da giovanissimi e ritornano (quando ritornano) da vecchi. Chi rimane lì da giovane, prima o poi cambia mestiere. È vuota di opportunità e sazia di idee (anche molto belle). Va bene per riposare e per fare arte, ma se uno con l’arte ci vuole lavorare è meglio andare in una grande città. 10-La tua carriera inizia negli anni 80, pensi che potresti avere la stessa carriera se avessi cominciato a suonare negli anni 00? Perché? La mia carriera è sempre stata contrassegnata da un desiderio inspiegabile di invisibilità. E negli anni 80 era più facile, funzionare come fantasmini dello spettacolo. Si lavorava anche con le idee, come autori e musicisti. Negli anni 00, probabilmente, non avrei fatto il cantautore. Credo che sia un vero suicidio, oggi, cercare di farsi ascoltare in mezzo al nuovo mondo degli internauti. Che ne pensi del mezzo Internet? Quali i vantaggi e invece i limiti di questo strumento per un musicista? Appunto. Internet è una specie di veleno che sta uccidendo i rapporti umani. Ma, come certi veleni, se ben usato può essere utile. Pensa che nelle anestesie totali si usa un piccolo dosaggio di curaro. E così si può salvare una vita, senza farla soffrire in una camera operatoria. Dobbiamo imparare a usarlo bene, questo nuovo mondo virtuale. Quali sono i tuoi progetti prossimi? Quanti… vorrai dire! Top secret, così posso raddrizzare il tiro se mi accorgo che vado un po’… storto! Ipotizziamo che non ti conosca, convincimi ad ascoltare un tuo album, magari “Scialle di pavone” (1998) e “Il ponte dei maniscalchi” (1999), recentemente riproposti in digitale.  Nemmeno per sogno. Non devo convincere nessuno, se non me stesso, di continuare a produrre cose sempre migliori che piacciano a me e alla gente. Se uno non mi conosce, può sempre ascoltare e dire la sua. L’importante è che non dica la sua senza aver mai sentito niente. Oggi va di moda, sai? Progetti futuri? Sempre. Fino all’ultimo respiro. L’importante non è fare progetti, bensì realizzarli. Grazie da Almax Magazine per la cortesia e la disponibilità. Con affetto e Stima.  [Intervista di: Brian Nowak & Almax]

SFOGLA IL MAGAZINE

Lascia un commento