Progetto Almax

15112015

2014 Febbraio - Band - DEAD CAT IN A BAG

Luca Swanz Andriolo, è nato a Torino. Scrive musiche per il teatro ed è il cantante dei Dead Cat in a Bag.  In passato è stato fotografo, critico, traduttore, cameriere, editor, venditore di aspirapolvere. Ciao Luca, ti ringraziamo per la partecipazione su Almax Magazine di cui siamo onorati.  Come ti sei avvicinato alla musica? E’ una passione che ti accompagna da sempre? Purtroppo, mi ci sono avvicinato tardi. Vorrei aver studiato di più. E aver iniziato prima. Sono sempre stato un ascoltatore appassionato, ma solo al liceo ho iniziato a strimpellare. Con esiti non incoraggianti, tra l’altro. Però ho dato una nuova veste alle mie lamentele, questo sì. E ci ho preso gusto. Secondo te, quanto conta il talento e quanto lo studio? Sono cose che non si possono quantificare. E comunque non sarei la persona adatta a farlo. Per quanto mi riguarda, mi impegno costantemente per non essere un impostore. Se non puoi raggiungere grandi vette tecniche, devi imparare a fare quel che sai fare in modo credibile. E trovare il modo di rendere necessario che sia proprio tu, in quel momento, a suonare quella nota. Non sempre riesce. Ho avuto la fortuna di suonare sempre con persone più preparate di me. Che sono cambiate, nel tempo. E in effetti, anche io sono un po’ migliorato. Quando hai capito di avere una voce così particolare, profonda e sensuale? Credo che chi canta lo faccia perché odia la propria voce, chi scrive perché odia la propria vita, altrimenti non lo fa davvero, si ferma alla soddisfazione del pavoneggiamento. Oddio, detta così suona tanto altisonante… Diciamo che si ha bisogno di una sorta di rivalsa. Ho dei grossi complessi riguardo la mia voce. Solo recentemente, grazie al teatro, sto imparando a non dannarmi troppo per la mia erre moscia! Come cantante, non credo che il timbro sia più importante dell’interpretazione. A quella ci tengo tanto. Mi impegno parecchio. Nei momenti migliori mi pare di avere la voce giusta per le canzoni che canto. Nel nuovo album, poi, ho provato anche delle cose diverse. Però troppo calcolo rovina tutto. Occorre cantare davvero e non far finta di cantare. Diciamo che lavorare sui propri limiti è una cosa molto salutare. Vuoi parlarci del tuo gruppo, i “Dead Cat In a Bag”? Certo. Siamo qui per quello, no? È un gruppo folk multiforme. Una sorta di missione di vita. Siamo stati un duo, un quintetto, un sestetto, un quartetto. Suoniamo una musica che mi viene difficile riassumere e descrivere in una formula. Di base, si tratta di cantautorato, vestito con abiti di viaggio. Folk americano, canzone francese, tex-mex, umori balcanici. Non c’è nulla di programmatico, però. Al momento la formazione live comprende Andrea Bertola al violino e alle percussioni, Scardanelli alla fisarmonica, chitarra, sega musicale, tromba e zaino-batteria, David Proietto al contrabbasso e me. In alcune date sono previsti degli ospiti. Sta per uscire il secondo album, “Late for a Song”. In cosa si differenzia dal primo (“Lost Bags”)? “Lost Bags” era una raccolta di canzoni, molto varia. “Late for A Song” è più strutturato come un album, con una scaletta studiata man mano, con uno svolgimento quasi cinematografico. È la colonna sonora di un film immaginario. Una sorta di western postatomico, ambientato in un deserto e interpretato da zingari. I testi sono intimisti, la musica ha una sua magniloquenza. Mentre “Lost Bags” è stato prodotto da Marcello Caudullo, che ha dovuto ordinare materiale preesistente e gestire la registrazione di ciò che mancava, “Late for a Song” è stato invece prodotto da Roberto Abis, cofondatore del progetto e coautore di molti brani. Il suo approccio creativo alla registrazione, con le fonti sonore più disparate, e una passione per l’elettronica analogica, ha connotato parte del suono. Nel frattempo, abbiamo anche messo a punto l’organico della band e anche questo è entrato nel disco. Non più ospiti, ma collaboratori fissi, canzoni cresciute pian piano, attraverso attese, difficoltà. Ma anche questa volta gli ospiti non mancano. I testi dei tuoi brani sono molto sofferti, sembri essere attratto dal lato oscuro e dalla caducità di ogni cosa. La scelta di utilizzare esclusivamente la lingua inglese è dovuta a fattori legati alla metrica? Diciamo che quelle sono le cose di cui vale la pena cantare. E anche quelle che non si sopporterebbero, se non si cantasse. A volte non si sopportano lo stesso. Poi ho i miei accidenti biografici, diciamo, che non rientrano necessariamente in ciò che scrivo, ma che non possono neppure rimanere totalmente fuori. Le nostre canzoni parlano quasi tutte dei tentativi inevitabili e quasi sempre vani che ogni uomo compie, durante ogni benedetto giorno, di venire a patti con la notte. Ma c’è sempre ironia, anche se alcuni non la colgono. E un forte senso del paradosso. Per quanto riguarda la lingua, la questione è un po’ più complessa. Un tempo anche “mi è finita la lacca” andava detto in inglese. E viste le acconciature, doveva essere un problema frequente. Ora siamo arrivati ad una sorta di sospetto per chi scelga una lingua diversa. E io questo sospetto lo capisco anche. A volte mi capita, cantando in inglese, di sentirmi un bambino che giochi ai cowboy. Altre volte, mi dico che un liricista ha il diritto e il dovere di scegliere non solo le parole, ma anche la lingua adatta. Un appassionato di orientalistica che scrivesse un haiku in giapponese sarebbe più credibile che non un adattatore. Un azzardo geografico in nome della poesia. Io scelgo l'inglese, per ora. Ho scritto anche dei testi in italiano, ho scritto pure racconti, saggi, articoli in italiano. Ma il mio italiano, per colpa anche del confronto con i cantautori italiani della nuova generazione (che spesso non gestiscono la metrica, che a volte non sanno fare una rima decente, che hanno un'idea delle figure retoriche abbastanza vaga e scolastica) è un po' troppo tecnico, un po' prolisso. E la mia voce non suona spontanea, ecco. I Dead Cat uniscono suoni di posti diversi ed epoche diverse, è normale che raccontino le loro storie in quel nuovo Esperanto che è l’inglese. Questa intuizione è di Lucio Bardi, che mi voleva convincere a cambiare idioma. Magari un giorno lo farò. Ma non con i Dead Cat. Forse cantare in inglese sarà più facile (però devi tener conto della pronuncia, anche lì), ma di certo scrivere in una lingua straniera non lo è. Fa troppo intellettualoide tirare in ballo la teoria dell’impedimento di Beckett? Fondamentalmente, se non fossimo in Italia, nessuno si porrebbe il problema. Gli Abba erano svedesi, in fondo... E neanche Dead Brothers, Herman Dune, Anywhen, Madrugada sono anglofoni di nascita! Il nome del tuo gruppo suscita svariati interrogativi. Vogliamo dire una volta per sempre che tu adori i gatti? Perché, c’è qualche dubbio? Il nome è l’immagine di un bagaglio problematico, di un segreto. Ne parlo a lungo sul nostro sito. Ha a che fare con Mark Twain e con la strofa poi cancellata di una vecchia canzone. Componi, canti, suoni numerosi strumenti. Sei uno show man davvero preparato ed emozionante sul palco, inoltre lavori spesso come attore teatrale. Senti di esprimerti come vorresti o desideri altre esperienze artistiche nel tuo percorso? Vorrei riuscire a fare bene ciò che faccio. Che cosa augurarsi di più, nella vita? Ah, sì: vorrei guadagnarci, anche. Troppo venale? In verità un po’ di stabilità è il primo strumento per poter scegliere e lavorare solo su ciò che merita. Esiste qualche musicista che consideri punto di riferimento e a cui ti ispiri?Ha già risposto la critica, abbondantemente. Sono stati tirati in ballo anche personaggi che non ho mai ascoltato. I miti e le ispirazioni sono armi a doppio taglio. E forse anche fatti privati, in un certo senso. Se parlo della mia musica, preferisco non dare false piste interpretative, suggerire confronti, creare aspettative. Chi ama il cantautorato di un certo tipo, può apprezzare i Dead Cat, credo. Vuoi parlarci dei tuoi progetti futuri? Mi piacerebbe fare un po’ di date di presentazione per “Late for a Song”. Poi ho degli impegni con il teatro. Quanto ai Dead Cat, stiamo pensando a come proseguire dopo un disco tanto personale e travagliato. Mi piacerebbe fare un live in studio, che catturi quella parte di noi che non siamo riusciti a fissare su disco fino ad ora. E poi un lavoro molto aperto, con alcune possibili collaborazioni internazionali, per un concept piuttosto personale. Ho avuto una disgrazia che mi ha fatto sentire la necessità di scrivere un requiem, ma siccome non mi piace la diaristica, il progetto deve evolvere verso l’universalità. In fondo, abbiamo sempre parlato della morte. È una costante del blues. Grazie da Almax Magazine per la cortesia e la disponibilità. Con affetto e Stima.  [Intervista di: Martina Galvani]

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