Progetto Almax

15112015

2013 Aprile - Cantautore - MAURIZIO MANIGLIA

Ciao Maurizio, ti ringraziamo per la tua partecipazione su Almax  Magazine di cui siamo onorati. Come ti definiresti? Maurizio, come definiresti il tuo stile musicale? Nel mio stile c’è tutto ciò che riguarda la musica ritmica perché sono attratto dal ritmo. È un misto fra funky, pop, fusion… Ciò che esce fuori è un miscuglio ritmico-melodico, con molta energia – un’energia quasi rock pur non essendo proprio rock come genere. È una specie di lega, fusione di stili esistenti, ma ne esce qualcosa di mio con assoli melodici. Per dare un’idea: fra le mie influenze musicali sono i Rolling stones, Prince, i Depeche mode, Gianluca Mosole, Nuno Bettencourt, Alberto Fortis, Lyle Mays, Miles Davis, Pino Daniele, the Cure, Antonio Carlos Jobim… la bossanova ed altra musica latina… Già da questo quadro si capisce la varietà delle mie ispirazioni! Ti senti più un musicista o un cantautore? Un autore o un interprete? Un cantautore no, perché un cantautore lo intendo come una specie di cantastorie. Io non canto storie ma delle sensazioni. Mi sento prima di tutto un chitarrista – ed un compositore. E anche un cantante. Suono anche i brani degli altri (nei concerti qualche cover bisogna fare sempre) – ma anche questi li riadatto, li faccio a modo mio. E scrivo la mia musica, da sempre. Poi qualche volta mi succede di aggiungere i testi ai pezzi musicali, facendone canzoni. Alcuni testi sono miei – di solito vengono quando mi è successo qualcosa, qualche forte emozione, qualche scossa. Non sono capace di scrivere di una cosa che non ho vissuto! Quando non ho idee, mi faccio scrivere i testi dagli amici – amici tosti, bravi con le parole, amici che lavorano nel mondo della scrittura o del teatro. Sei mai rimasto sorpreso dai risultati, dai testi ispirati alla tua musica? Alla faccia!! Allora, succede così: a volte do le direttive, dico che la canzone dovrebbe parlare di questo o di quello. Altre volte però non dico niente, se non: “Scrivi ciò che la musica ti fa venire in mente”. E allora sì che i risultati sono sorprendenti! Leggo il testo e mi dico: “Ma non ci avrei mai pensato!” Però, come dici tu nella tua intervista (nel primo numero di Almax magazine – ndr.) – sono sempre state sorprese piacevoli, mai deludenti. Poi c’è da dire che i miei testi sono molto “easy”, con un linguaggio molto semplice – anche se il significato è sempre profondo, non scontato. Mentre alcuni miei parolieri scrivono in un modo molto più elaborato, cerebrale. Poi quando canto il testo, diventa mio. Diventa un mix fra i nostri modi di sentire. Curiosità: siete 2 musicisti in famiglia, come mai solo nel 2012 avete deciso di suonare insieme? E come vi siete trovati? Suonavamo insieme già negli anni 90 – ma solo in estate quando tornavo in Sicilia. Peppy ha cominciato più tardi perché è più piccolo di me. Ha avuto un lungo periodo come chitarrista, prima di voler passare al basso. Con lui, ma anche con Danilo, c’è davvero molto feeling. Anche se le idee sulla musica sono diverse! La mia formazione musicale viene dagli anni 80, dal pop-elettronico, mentre la loro dagli anni 90. Quindi cosa succede? Che nel concerto ad un certo punto mi aspetto che il bassista faccia qualcosa, e lui fa una cosa diversa, alternativa – ed è bellissima! Sorprese sì ma mai deludenti – un po’ come nel caso dei testi; però stavolta il mix non è semplicemente fra le personalità, ma fra le scuole. Ognuno ha apportato il suo, ed è uscito fuori un nuovo stile! Parliamo della tua storia come artista. Quando hai cominciato, come hai studiato la musica, cosa hai fatto negli anni di attività? La musica mi piaceva sempre. Ascoltavo tanto, da piccolo cercavo di strimpellare la tastiera. All’età di 14 anni ho comprato una chitarra classica, e poi all’età di 17 anni la prima chitarra elettrica, da allora sono diventato un chitarrista elettrico, tranne gli ultimi 3-4 anni che mi sto specializzando anche sull’acustica. Sempre a 17 anni – ancora in Sicilia – ho formato il primo gruppo dove cantavo, abbiamo suonato in giro, fatto tanti festival. I brani erano nostri. Erano rock, comunque molto istintivi. Poi mi sono trasferito a Milano, ho studiato al Centro professione musica (CPM) di Milano. I miei maestri erano Franco Mussida, Danilo Minotti, Bebo Ferra. Dai 23 anni in poi mi hanno proposto di lavorare con la chitarra: ho lavorato in Mediaset, poi anche in studio per alcuni cantanti italiani, anche famosi, ma non li voglio nominare perché non mi identifico con il loro stile. Lo facevo sia per i soldi che per esperienza – difatti, grazie a questo lavoro ho imparato molto e ho fatto delle bellissime conoscenze. Ma intanto ho sempre scritto e registrato per conto mio, e nel 95 è uscito il mio primo disco “Inside colors”. Con la MAP – una piccola casa discografica indipendente. Era musica strumentale, d’atmosfera, adatta per le colonne sonore. Ha avuto un discreto successo, è anche andato in ristampa. Poi nel 2002 ho collaborato come ospite ad un disco dell’artista cubano Salvador Puerto, disco che è uscito in Venezuela. Ero proprio un ospite e non solo chitarrista, ho anche cantato un mio brano. Sempre nel 2002 ho scelto di dare sempre più priorità alla mia musica. Nel 2003 ho inciso un altro disco “Mareria”– cantato da me. Stavolta autoprodotto – che vendevo così, dopo i concerti. Da allora ho cominciato a fare le serate con la mia musica, più le cover molto riadattate. Ho suonato con diverse formazioni e diversi nomi. Non puoi avere sempre gli stessi musicisti perché anche gli altri continuano il loro cammino, cambiano. Nel 2012 nasce la Maniglia band – l’attuale gruppo. Formata da me, mio fratello Peppy Maniglia al basso, Danilo Carnovale alla batteria. Finalmente ho deciso di mettere il mio nome nel titolo del gruppo! Prima non volevo mai farlo, pur essendo sempre stato il leader: sapeva troppo di egocentrico. Ora, con ben 2 Maniglia, è più giustificato! È importante per voi l’aspetto “estetico”, il modo di presentarvi sul palco? Sì, molto importante! Cerco di avere l’aspetto più sobrio possibile. E vale anche per gli altri del gruppo. Magliettina nera, pantaloni neri o jeans sempre neri. A volte la tuta. Molto semplice – ma non trascurato: ovviamente tutto nuovo e pulito :). È una semplicità voluta, studiata. Non voglio essere infighettato. Il look deve essere NEUTRO. Asettico. Perché non voglio dare un’impronta, non si devono aspettare un certo stile. Che tutta l’attenzione vada alla musica! E che la musica si percepisca così come è, senza preconcetti. Vuoi continuare a fare concerti con questo gruppo? Inciderete anche i dischi? Voglio assolutamente continuare con “Maniglia band”, alzando sempre il livello degli spazi musicali – non come la paga, ma come la classe, la finezza, lo spessore del posto. Posti più interessanti, più storici, con più personalità, magari anche teatri e non solo locali! Per quanto ai dischi – il CD non va più, c’è una crisi nelle vendite. Ed a mio avviso, questo ha un lato positivo! Non stai più chiuso nello studio, lavorando sul prodotto che deve uscire – ma ti concentri di più per dare il massimo dal vivo. Cerchi di creare qualcosa di più interessante. In studio è tutto un po’ finto perché pensi più alla perfezione tecnica, ma è freddo rispetto al vivo quando vedi le persone, scambi le energie con la sala. Oggi mi interesserebbe semmai di fare un CD dal vivo! Intanto i miei nuovi brani si possono sentire nei video amatoriali che appaiono regolarmente in rete dopo ogni nostra esibizione. E cosa dici del tuo pubblico? Hai dei fans? Ti senti una star? Una star no – anche se dovunque vada, vedo che qualcuno mi conosce. Non mi chiedono più gli autografi, come quando lavoravo in Mediaset. In compenso oggi sono più attenti, ed è molto più importante! Ci sono i “fans” fissi, persone che ci seguono in diversi locali. Anche musicisti! I gusti del pubblico negli anni cambiano sempre. Adesso trovo che sono meno commerciali. Negli anni 90 – primi anni 2000 ti sembrava di offrire un servizio alle persone. Lavoravi per farli divertire. Invece adesso sono più sensibili, perché praticamente oggi è diventato più un discorso di nicchia. Con la crisi meno persone vanno nei locali a vedere i concerti. Ma chi ci va, sono più interessati! Vengono non per uno svago ma per noi. Prima ballavano o parlavano a voce alta – ora ascoltano. Dopo il mio solo a volte sento scattare un applauso, è come stare nel teatro! Una volta suonavo ogni sera tranne la domenica. Oggi non è più la routine, ma una serata eccezionale. Anche le persone aspettano qualcosa di particolare. Insomma: c’è meno quantità – e più qualità! Qual è la tua opinione a riguardo del panorama musicale, della situazione generale nel mondo della musica? La situazione è molto critica, girano molto meno soldi. Come ho detto poc’anzi, si suona molto di meno. Negli stessi locali dove una volta si faceva un concerto al giorno, adesso solo un paio di sera a settimana. C’è però sempre un risvolto positivo in questo! Appunto: meno quantità – più qualità! Sparisce la “mafia” dal nostro campo, perché non ci sono interessi grossi. C’è meno business, il mondo della musica diventa sempre meno commerciale, si sta avvicinando al teatro. Ti pagano di meno – ma pretendono di meno, ti lasciano più libertà, più spazio. Riesci a fare di più quello che hai in mente, scendi di meno ai compromessi. Adesso durante il concerto posso invitare sul palco un’amica poetessa a recitare un suo scritto, mentre suoniamo un pezzo strumentale. Prima non me lo sarei mai sognato! È meno lavoro e più arte. Un altro lato positivo. Una volta – quando giravano tanti soldi – ogni musicista che suonava con me, suonava anche con diversi altri gruppi. Questo creava una dispersione pazzesca, una distrazione. Anche una scomodità perché le date si accavallavano. Oggi gli stessi musicisti hanno un giro molto ridotto, quindi loro stessi scelgono con chi suonare, si concentrano sul progetto. Restano con te. Negli anni 90 ti veniva mal di testa a furia di pensare su che canale uscire, quante copie vendere. Ora si sé concentrati di più sulla sostanza. Pensi che questa crisi abbia un effetto ambivalente anche sui giovani? Senz’altro. Adesso c’è spazio per tutti, grazie ad Internet. Ancora negli anni 90 se avevi agganci diventavi una star – altrimenti non uscivi minimamente, non c’era verso che qualcuno ti sentissi. Oggi non ce n’è bisogno. Su Internet ognuno può ritagliarsi un piccolo spazio. La “torta” si divide per tutti. Si sentono molte cose orrende, ma se hai la pazienza per filtrare – puoi scoprire musicisti molto interessanti, artisti davvero fantastici. Non vengono prodotti – ma di contro nemmeno le schifezze vengono prodotte come una volta. Non c’è più la casa discografica che ti dice cosa devi fare per emergere, così fai la musica che vuoi. E trovi i tuoi ascoltatori. L’unico modo rimasto per avere un immediato giro commerciale – che non è mai paragonabile agli anni 90 – sono i talent show. Ma non è un vero trampolino di lancio. Al 90% vai avanti per 2-3 anni e poi sparisci, anzi stai peggio dopo aver toccato il cielo. Comunque anche loro sono in crisi, e anche lì stanno cambiando le cose. Insomma, stiamo migliorando, stiamo tornando un po’ alle radici della musica. Sarò ottimista ma io vedo questo! Grazie da Almax Magazine per la cortesia e la disponibilità. Con affetto e Stima.  [Intervista di: Veronica Liga]  

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1 commento

  • Link al commento vitall.it Domenica, 26 Luglio 2015 10:28 inviato da vitall.it

    . Scrivi di più, perchè si legge bene ed è ben scritto , e questo
    è importante, perché chi ama le parole al vento..forse nessuno.
    Saluti

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