Progetto Almax

15112015

2012 Novembre - Poeta - MARCO NUZZO

ALMAX MAGAZINE

Ciao Marco, ti ringraziamo per la tua partecipazione su Almax Magazine di cui siamo onorati. In che periodo e in che modo ti sei approcciato alla scrittura? Ci parli del tuo percorso? Non c’è un periodo predefinito in cui comincio ad approcciarmi alla scrittura, sebbene, in questi ultimi anni, molti abbiano contribuito col confronto alla elevazione verso uno mio status interiore di autocomprensione e che può avvenire solo abbandonandosi ai sensi, superando la prigionia della logica che oggi ci condanna. Lo stesso modo di insegnare, quello scolastico, è sbagliato a priori. Insegnare in modo logico è giusto, se si tiene però conto che la logica sia solo una meta e non un metodo. Abbiamo necessità di metodi per la valutazione dei problemi, abbiamo bisogno di insegnarci a guardare dentro di noi, un problema resta solo e soltanto un problema fine a se stesso, se il problema cambia dobbiamo essere in grado di scegliere un metodo per risolverlo. Quella scelta non viene mai insegnata. È qui che entra in gioco la psiche, il desiderio di evasione da quel mondo calcolato e che pian piano assorbe energia vitale, rendendoci automi incapaci di operare delle scelte libere. Preghiamo in luoghi di culto perché condizionati dalla comunità, il nostro credo è condizionato da ciò che potrebbero dire gli altri, le nostre passioni si limitano agli eventi calcistici, i genitori pretendono che il proprio figlio diventi ingegnere o avvocato, limitandone le aspirazioni e le capacità che potrebbero rivolgersi favorevolmente verso altri campi. Vediamo il nostro piccolo mondo attraverso una lente, limitandoci a scelte marginali e sfocate, scelte che troppo spesso si rivelano sbagliate, scelte dettate da una società capitalista e incitante al profitto, alla proprietà, alle marche. Siamo una società il cui valore cerebrale viene valicato dagli status symbol, dal potere di comandare sull’altro, dal valore di ciò che posso comprare e fare coi soldi. Il mio è un percorso che tende al risveglio della ghiandola pineale e che questo mondo cerca in tutti i modi di atrofizzare, inculcando falsi idoli e nefandezze varie. Tutto questo è nocumento del vero Io, dell’Es e io cerco solo di restare vivo. Come nasce una tua poesia? Da dove trai l'ispirazione? La mia poesia nasce dall’abbandono. Come dicevo sopra, è necessario mettere da parte la logica e riattivare il cervello rettile, l’ispirazione viene da lì, dall’epifisi, che regolamenta il ritmo circadiano: le fasi di sonno e di veglia, la fame e tutti i bisogni primari (che non hanno nulla a che vedere con l’ultimo vestito di Versace) sono regolamentati da un ritmo, per questo è necessario mantenere in salute questa importante parte del cervello, cosa che è possibile ottenere attraverso uno stile di vita sano, evitando alcool e droghe e mantenendo attivo il cervello rettile. Ogni singolo ha in sé la formula per ritrovare quell’Io ascoso, la propria vera ispirazione. Per lo più la gente si adegua al pensiero degli altri. Come definiresti il tuo stile poetico? Odio gli “ismi”, odio inserirmi in uno stile dettato da altri. Il mio stile è il “non-stile”; uno stile serve solo a darti un’impronta, ma se non sei capace di mettere il piede fuori dall’impronta che altri hanno scolpito, resterai fermo sull’impronta degli altri. L’arte è un cammino. Bruce Lee in un suo apoftegma dichiarò: “Usa il non metodo come metodo, avendo nessun limite come limite”. Ecco! Il mio stile poetico si chiama Bruce Lee. Hai partecipato diversi concorsi letterari. Come ti sei trovato? Ho partecipato e partecipo tuttora ai concorsi letterari; ancora devo capire perché lo faccia, dato che non do molta importanza ai concorsi. Ne ho vinti, anche di importanti, ma se devo dirtela tutta, alla fine, ciò che resta è solo un nome scritto da qualche parte e col quale fregiare la parete di una stanza sulla quale non sapevi cos’altro appendere. Faccio i concorsi col solo scopo di divertirmi, guai se così non fosse, per me. La notorietà non mi serve ed è una cosa che, se avessi voluto, avrei cercato altrove. Sogni nel cassetto? No, solo calzini. Battuta vecchia, lo so. I sogni aiutano a esagerare senza doversi poi rimpiangere né pentirsi. Io credo che noi tutti siamo una strada alla quale non possiamo imporre una meta, chi si pone una meta e poi la raggiunge, ne cerca subito un’altra. Il senso del viaggio è il viaggio stesso, non la meta, per cui, potrei definire la meta del mio percorso, i miei sogni nel cassetto, ma preferisco di gran lunga osservarmi mentre cammino, godendomi il presente. Quali sono generalmente le Tue letture? Leggo un po’ tutto ciò che mi capita a tiro e che può interessarmi, dall’Horror ai Thriller, passando dai classici, finanche alla saggistica, libri di scienza. Non mi pongo limiti, in generale; semplicemente, se un argomento è di mio interesse, lo leggo. Hai una poesia alla quale sei legato in particolar modo? Perché? Non ho una poesia alla quale mi senta particolarmente legato, come dicevo sopra, scrivo prevalentemente per tenere attivo il terzo occhio; accade tuttavia che in certi frangenti mi leghi particolarmente ad un mio scritto e che poi, con la stessa forza, lo lasci andare. Legarsi è come restare, io preferisco procedere col mio viaggio. Hai altre passioni artistiche oltre alla scrittura? Da piccolo amavo il disegno. A sedici anni ricevetti una chitarra classica e cominciai a strimpellare. Passavo intere giornate a suonare. Una volta avevo anche un gruppo. Ogni tanto riprendo la chitarra in mano. Oggi sto studiando programmi di grafica e di video editing, pratico arti marziali, scrivo. La cosa interessante sta nel trovare un denominatore comune in ciò che si fa. L’importante è farlo senza forzature, l’importante è che tu voglia davvero ciò che dici di volere e che lo faccia con la vera consapevolezza. Credi nell'editoria Italiana? Sappiamo che hai scritto qualche libro. Ce ne parli? Ti dirò, una volta ci credevo, ma una volta credevo anche a Babbo Natale. Ho lavorato nell’ambiente editoriale e man mano ho maturato un mio pensiero a riguardo. Sono stato truffato, sono stato raggirato e ho scoperto a mie spese che gli Editori con la E maiuscola si contano sulla punta delle dita. A parte i grandi nomi, credo esista gente che svolga egregiamente il lavoro di editore, ma in un Paese di furbi questa gente tende a diminuire drasticamente. Mettere il proprio manoscritto in mano ad un editore vuol dire dare a questi la piena fiducia. Un editore che si rispetti dovrebbe consigliare l’autore, aiutarlo a muovere i primi passi, spiegargli come proteggere la propria opera da evizioni e rischi dopo la firma del contratto. Quanti effettivamente lo fanno? Pochi. Ho all’attivo due libri, un terzo uscirà a breve e dopo un parto durato quasi un anno alla ricerca di un editore serio, il libro più difficile della mia vita, la mia co-autrice, Gioia Lomasti potrà confermarlo. Anime, questo il titolo, vedrà presto la luce grazie al servizio offerto da Photocity, al quale, infine, ci siamo rivolti. La ragione per cui scrivo in poesia o, come io la definisco, psicopoesia, è quella di procurare nel lettore un marasma, un risveglio di sensi sopiti, qualcosa che non sia calmo, ma atroce, forte eterotopia, lontana dalle utopie a cui ci hanno abituato. Abbiamo bisogno di riscoprirci, abbiamo bisogno di toglierci la crosta superficiale e di ridiscendere nell’Ade. La mia intenzione è quella di riprendere ciò che è illogico, di fotografarlo e darlo al mondo. Una definizione la dà Michael Foucault il quale scriveva: «Le utopie consolano; se infatti non hanno luogo reale si schiudono tuttavia in uno spazio meraviglioso e liscio; aprono città dai vasti viali, giardini ben piantati, paesi facili anche se il loro accesso è chimerico. Le eterotopie inquietano, senz'altro perché minano segretamente il linguaggio, perché vietano di nominare questo e quello, perché spezzano e aggrovigliano i luoghi comuni, perché devastano anzi tempo la «sintassi» e non soltanto quella che costruisce le frasi, ma quella meno manifesta che fa «tenere insieme»…le parole e le cose. È per questo che le utopie consentono le favole e i discorsi: si collocano nel rettifilo del linguaggio, nella dimensione fondamentale della fabula; le eterotopie (come quelle che troviamo tanto frequentemente in Borges) inaridiscono il discorso, bloccano le parole su se stesse, contestano, fin dalla sua radice, ogni possibilità di grammatica, dipanano i miti e rendono sterile il lirismo delle frasi». Progetti futuri? Per ora no, sto aspettando che esca il mio ultimo lavoro, Anime, che spero possa essere un incentivo allo sforzo, al passo oltre la siepe, a quel confine che spesso ci auto-imponiamo per colpa delle imposizioni (e delle inquisizioni) degli altri. Grazie da Almax Magazine per la cortesia e la disponibilità. Con affetto e Stima. [Intervista di: Alessia Marani – Almax]

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