Progetto Almax

15112015

2013 Gennaio - Scrittore - GIULIO VIANO

Ciao Giulio, ti ringraziamo per la tua partecipazione su Almax Magazine di cui siamo onorati.  Come ti sei avvicinato alla scrittura? In una pre-primissima fase, attorno ai quattordici anni, scribacchiando nel diario di scuola qualche riga d’ispirazione futurista; fu, però, il mio insegnante d’inglese del liceo, Professor Rossi (riposa in Pace, splendida burbera barbuta anima!), a trasmettermi l’amore per le lettere, soprattutto negli ultimi anni di corso. Shakespeare e i Romantici, così, mi tennero per mano nei primi passi, attorno ai diciotto anni… Mani che mai ho più lasciate, dalla mia tesi di laurea fino ad oggi. Il tuo percorso? Nelle prime cose, la suddetta ventina d’anni fa (sono del ’73), presi le mosse da un insieme piuttosto… variegato: dall’Ermetismo al Romanticismo, dai Futuristi ai Lirici spagnoli alle poesie di Jim Morrison, dal Parzival ai Testi delle Piramidi. Un tutto un po’ bizzarro, ne convengo; ma proprio su quel magma, una volta solidificato, ho imparato, nel tempo, a camminare con le mie gambe… Di cosa tratta la tua pubblicazione? “Ala d’Aquila si Stende”, la mia prima raccolta di poesia, pubblicata nel 2010, è concepita come un viaggio per immagini dal tangibile all’invisibile. La prima sezione, “Sulle vie della Terra”, parla di vari dove, quando, chi e come; “Arco sottile fra la roccia e il mare” è un omaggio alla mia Liguria; “Il suono della Pietra” ha tema alchemico e l’ultima, “Varchi Verticali”, è quella più marcatamente metafisica. Da subito ho voluto distanziarmi, in modo netto e diametrale, da certa poesia che ha fatto della mediocrità una ragione di (non-)vita. È qualcosa che ha inflitto danni enormi, allontanando il pubblico e i lettori da quest’arte meravigliosa della parola in ritmo, nata nell’aria e cresciuta nel vento. Burocrati del verso, vade retro! Come nasce un Tuo scritto? Da dove trai gli spunti? “Sento non pensandoci”, folgorava in una celebre frase Ungaretti, il poeta che sento più vicino. Dovessi esprimere in tre parole la mia idea di poesia, risponderei “Sentire come sintesi”. Vedo la parola poetica come una curva che tende all’infinito, pur sapendo che mai lo raggiungerà. E mi affascina l’idea di scrivere per ridurre il più possibile quello spazio. Sempre Ungaretti dice: “La parola non riescirà mai a dare il segreto che è in noi: lo avvicina.” Del resto, neppure i telescopi raggiungeranno mai le nebulose, né i loro meravigliosi colori, ma loro tramite possiamo ammirarle e sentirne la perfezione. Per me, la nascita di una poesia è un processo fotosintetico: prima d’iniziare a scrivere un brano, partendo dalla prima idea ne “vedo” l’immagine portante; poi, attorno a quel centro, si coagulano le prime parole, con i loro passi e i loro ritmi. E quando i primi due-tre versi hanno preso a marciare, inizio a trascriverli dal cervello al foglio – e gli altri a seguire. A volte uso la musica per amplificare gli effetti, ma solo in alcune occasioni. Cosa ne pensi dei concorsi editoriali? Che la selezione dovrebbe essere biunivoca: non solo del concorso verso l’autore, ma, prima ancora, dell’autore verso il concorso. Detto/scritto questo, vincerne uno di reale peso è senz’altro un ulteriore atout, soprattutto nei primi anni di carriera – e una bella soddisfazione, che ho avuto il piacere di provare l’anno scorso. Collezionare premi, però, a mio parere è cosa un po’ sterile: dev’essere il pubblico vivo a premiare la tua materia viva, restituendoti alla fine di un reading spunti cui non avevi pensato, con un sorriso e una stretta di mano. Quello, per me, è e resta il premio più bello. Una soddisfazione? Agosto 2010: la mia prima partecipazione ad Altramarea, fra i maggiori festival nazionali di poesia contemporanea, che Angelo Tonelli, poeta e grecista, organizza ad Agosto nella indescrivibile Tellaro, all’estremo Levante ligure. Leggere per la prima volta là, sotto una Luna estiva, a picco su quel mare amato come un dio da Shelley e Byron, è stato per me qualcosa di indimenticabile. Qualche sassolino nella scarpa? Rischierei tediare i lettori con uno sciame di asteroidi… Non posso, tuttavia, esimermi da un sentito middle finger a tutti gli scettici di ogni ordine e grado e ai dilettanti, blasonati e non, vituperio delle arti in generale e della letteratura in particolare. A quest’ultimo riguardo, sottoscrivo appieno il tonante “Basta hobbysti!” di Chiara Daino. Sogni nel cassetto? Portare, un giorno, a termine la strada che ho intrapreso, cercando spostare il mio meglio sempre un po’ più in là, per quel dovere di impeccabilità cui credo ogni essere umano debba rispondere, costi quel che costi: “Non si fa quello che si può”, mi è stato detto una volta, “si fa quello che si Deve.” E altri, ben oltre questa volta celeste… Credi nell’editoria Italiana? Difficile dare una risposta univoca: soprattutto in ambito poesia, molte sono le realtà improvvisate – come del resto, ahimé, molti gli autori e le iniziative di pari livello... –; per contro, esistono isole di eccellenza, consolidate o giovani che siano, che fanno ben sperare per la battaglia da condurre. Per restituire visibilità e, mi si passi il termine, dignità alla poesia italiana contemporanea, massacrata da decenni di intellettualismo, lagnosità e vaneggiamenti autoreferenziali. Progetti futuri? Attualmente sto lavorando al mio primo progetto in prosa, un romanzo, e ho da parte la traduzione di un grande classico del Romanticismo cui sono molto legato. Più nell’immediato, ho pronta la seconda raccolta, che – asse terrestre permettendo – spero pubblicare nei primi mesi dell’anno prossimo. Frutto del lavoro di due anni, l’ho voluta un inno al gigantesco: è, per così dire, un doppio concept album in poesia, dove la dimensione cosmica e mistica incontra i miti dell’alta antichità. In uno stile che, a tratti, vuole rendere omaggio alla splendida glacialità dei testi egizi. Radici da un altro mondo, se vogliamo… Grazie da Almax Magazine per la cortesia e la disponibilità. Con affetto e Stima. [Intervista di: Alessia Marani – Almax]   

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