Progetto Almax

15112015

2013 Luglio - "Racconti Scelti"- GONDOLE A FIRENZE

La vidi quasi per caso, quando incrociai le sue lacrime. Era piegata sul parapetto del Ponte Vecchio, vestita con una semplice camicia e una gonna lunga, che le arrivava fino ai piedi. Portava degli stivali marroni in pelle con il tacco non troppo alto, aveva mani lunghe e affusolate e un pallore d'alabastro, messo in risalto dalla capigliatura biondo cenere, taglio corto e pratico. Le vidi cadere le lacrime mentre era di profilo, persa ad osservare lo scorrere dell'Arno sotto di lei, vidi che nella mano sinistra stringeva saldamente qualcosa di minuscolo, tanto da poter stare nel suo palmo dal colore perlaceo. Non riuscii a resistere, esse continuavano a scorrere nonostante si fosse formato un leggero sorriso sulle labbra piene della donna, quasi fosse soddisfatta del suo soffrire. Afferrai la mia vecchia e fidata reflex Nikon D70 digitale con il suo bell'obiettivo e inquadrai di taglio il viso dolce della donna, notando solo in quel momento che i suoi occhi pieni di lacrime erano di un colore verde smeraldino. Scattai diverse foto a raffica, ora dei primi piani, ora a  figura intera, ne scattai con la gente che passava lenta e pigra accanto a lei, senza fermarsi a chiederle alcunchè. Scattai inoltre una bellissima veduta di lei con l'Arno che scorreva furioso sotto di noi. I cieli fiorentini erano davvero fiorenti di grandi sorprese per un fotografo come me. Dopo la causa cui ero andato incontro per aver fotografato delle personalità di spicco in ambienti decisamente equivoci, dove droga e prostituzione d'alto bordo erano atteggiamenti collaudati e sicuri a spese della cittadinanza, ero stato allontanato dal direttore del mio giornale con spregio e ignominia, messo in aspettativa previo licenziamento. Con la liquidazione avevo programmato di farmi alcuni viaggi e di prendere residenza all'estero, dove poter esercitare in pace la mia amata professione di fotoreporter con velleità artistiche, prima del grande passo volevo girare l'Italia, fotografandone ogni aspetto. La mia visita a Firenze non era stata programmata, ma la mia moto si era guastata proprio a poca distanza, presso Lastra al Signo, dove ero andato a trovare un mio amico che lavorava come astrofisico all'osservatorio astronomico di Arcetri. Erano anni che a causa del mio lavoro non riuscivo a vederlo, mi aveva insegnato molto sulla fotografia, cosi, dopo che il Gazzettino di Venezia mi diede il benservito, decisi di scegliere come prima tappa la sua abitazione, con conseguente guasto. Cosi nell'attesa che il meccanico mi comunicasse di che morte dovessi morire, eccomi a passeggiare per la città del sindaco Renzi, che a quanto pareva riusciva a tenere ancora abbastanza lucida. Come gli occhi di quella donna. Mi sentivo davvero un verme a fotografare la sua sofferenza, sembrava persa in lacrime e pensieri, incurante di tutto l'avvicendarsi degli eventi intorno a lei. Improvvisamente sembrò destarsi dal suo isolamento, prese dalla borsetta un fazzoletto e con un gesto elegante si asciugò le lacrime, togliendosi anche quel poco di mascara e di matita blu che si era data intorno alle palpebre. Ripose il fazzoletto e si mise la borsetta nera sulla spalla, senza accorgersi che un quaderno le era scivolato a terra, aprendosi come una farfalla dalle ali spiegate. Mi avvicinai prontamente, mentre lei si allontanava con movimenti aggraziati, sembrava quasi una modella da passerella, anche se non di statura eccelsa. Presi quel prezioso cimelio di lei, bellezza sofferente ma non vinta, l'occhio mi cadde sull'ultima nota, redatta in una grafia minuta, dalle lettere aggraziate e morbide, fluenti come i capelli di una ninfa terrena. Vi erano riportate le seguenti parole, che mi fecero scorrere i sudori freddi, nonostante la bellissima giornata di sole primaverile:”Oggi ho ucciso mio marito”. Il resto erano poesie molto belle, a tratti dolci e in altre parti regnava la più nera disperazione mista a speranza e impegno, soprattutto per il figlio. Mi lanciai all'inseguimento, dopo che la vidi fermarsi a una bancarella di un fruttivendolo, intenzionato più che mai a saperne di più. Sorrisi al pensiero, cosa volevo ottenere da una donna cosi? Non ero tipo da legarmi a qualcuna, troppo ribelle e indipendente. Ero affascinato dalla bellezza, oltre ogni brama di sesso. Una costante che era stata spesso la mia rovina, quando nei tempi passati il mio lavoro di cronista di cronaca nera mi aveva portato nei recessi più profondi dell'umana bestialità. Volevo trovare qualcosa nel mondo per cui valesse la pena goderne e viverne. La vidi ferma dal fruttivendolo, mentre comprava mele e banane, pagando con le monete. La vidi allontanarsi tranquillamente, per poi avvicinarsi ad una bici legata a una catena. Prese dalla tasca la chiave per aprire il lucchetto, dovevo sbrigarmi, non potevo perderla. Non feci in tempo a raggiungerla che già pedalava di gran carriera, in modo comunque molto elegante, era davvero una gran signora. Scorsi poco più in là, ciò che avrebbe potuto essere la mia salvezza, un ciclista frettoloso, entrato di gran carriera dal tabaccaio, aveva lasciato libera la sua mini bicicletta. Senza pensare a tutti i guai a cui sarei andato incontro, vi montai in groppa e partii all'inseguimento, riuscendo ancora a scorgerla in lontananza. Iniziavo davvero bene l'estate del 2013, niente da dire, come ladro ero proprio un fenomeno. Recuperai rapidamente il terreno perduto, sfiorando rocambolescamente ora un pedone distratto che attraversava la strada, ora un'automobile che non s'avvedeva del mio avvicinarsi, ora un motorino che tagliava la strada e ancora una portiera che si apriva di scatto, senza per questo riuscire a fermarmi dal raggiungere la gentile donzella. Arrivammo molto distanti dal centro storico, più precisamente eravamo giunti al cimitero cittadino, dove la vidi finalmente fermarsi, scendendo con fare guardingo. Mi fermai pure io, avevo il fiatone e sudavo come un maiale, ma ero felice di essere riuscito nel mio intento, ora dovevo solo trovare il modo di attaccare bottone con la bella e disperata sconosciuta, non sarebbe stato difficile trovare il modo giusto, modestamente con il gentil sesso non avevo mai avuto molti problemi. Buongiorno, signora, sono Stefano Alfieri e ho visto che ha perso questo suo libretto proprio poco prima sul Ponte Vecchio... sarebbe stato a dir poco perfetto. Misi la macchina fotografica a tracolla e proseguii a passo spedito, verso la donzella che ora si inginocchiava presso un complesso di due tombe uguali, probabilmente una tomba di famiglia. Improvvisamente fui distolto da un grande freddo e improvvisamente una bufera gelida squarciò il cielo, abbattendosi violentemente in ogni luogo del cimitero. Si formarono ghiacci ovunque, mentre la donna rimaneva inginocchiata, con il viso rivolto all'ingiù, una maschera di dolore non meglio definita. Io non fui da meno, mi rannicchiai su me stesso, pregando in cuor mio che tutto finisse presto, il dolore era tremendo, mi sembrava di essere scorticato vivo, da tanto freddo che avevo. Improvvisamente un bagliore si fece strada, una luce strana, dapprima molto debole e poi bianca lattea, tanto da farsi strada ovunque, con un fragore tremendo. Alla fine mi destai, intorno a me tutto era normale, sembrava che non fosse accaduto assolutamente nulla e che mi fossi immaginato tutto. La donna era scomparsa, come se non ci fosse mai stata. Mi avvicinai lentamente, vidi le tombe dove si era fermata, erano di un uomo sulla quarantina e di un bambino dal viso sbarazzino e somigliante all'uomo, padre e figlio sicuramente, anche a giudicare dal nome impresso, Malacoda. Vicino a me, un inserviente aveva smesso di raccogliere i fiori appassiti e si era messo a leggere il giornale, con estrema noncuranza della mia presenza. Non volli di certo distrarlo dalla sua attenta lettura, ma non potei fare a meno di notare la notizia riportata a grandi titoli sulla pagina del quotidiano fiorentino.“Ieri notte, Sara Malacoda, stimata commerciante e madre di famiglia scopre il tradimento del coniuge Nicola e per non farsi portar via il figlio Piero, li ammazza e si toglie la vita annegando nell'Arno”, ovviamente tutti i macabri particolari in cronaca.Tra i titoli e le scritte minuscole, faceva bella mostra la foto della donna che avevo appena inseguito, sorridente e senza lacrime. Chi diavolo o cosa diavolo avevo visto? Quando la smetterò di ficcare il naso in affari che non sono miei e penserò a cercarmi un lavoro serio? Ancora scosso dalla scoperta, mi avviai verso l'uscita, cercando di non farmi troppe domande e ripromettendomi di smettere di bere alla prima occasione. Riflettendo su come restituire la bicicletta al legittimo proprietario, mi accorsi che non era dove l'avevo lasciata, consapevolezza che mi fece produrre una serie di colorite bestemmie. Per la rabbia, sferrai un calcio ben assestato a una tomba, rompendo un ornamento che vi era piazzato sopra in bella vista. Fischiettando allegramente, asciugandomi il sudore, lo presi e lo riposi al suo posto, osservando che era la perfetta imitazione di una gondola veneziana e di un gondoliere. Sulla lapide, faceva la bella mostra di se la forma piatta e stilizzata di una macchina fotografica, i miei occhi ormai scorrevano da soli fino alla foto, il sudore e il battito cardiaco mi aumentarono a dismisura, quando focalizzai il volto sulla tomba, stessi occhi azzurri e capelli neri ricci, occhiali trasparenti, tracolla Nikon e sorriso da gatto sornione. Lessi una volta il nome e la data di morte, insieme all'immancabile commento ivi impresso in lettere dorate, come si conviene alle belle tombe. Non contento ne tantomeno soddisfatto lo lessi per tre volte, poi ancora una successiva triade, poi non ce la feci più, mi presi la testa tra le mani e scoppiai a piangere, singhiozzando e bestemmiando, mentre nella mia testa risuonavano le parole che avevo letto con dovizia. “STEFANO ALFIERI. Nato a Venezia il 21/01/1976 e morto in Firenze il 02/11/2009. L'animo mio. Copyright©Tutti i diritti riservati -  ALL RIGHTS RESERVED Rubrica a Cura di Fabrizio Astrofilosofo Melodia

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