Progetto Almax

15112015

2013 Gennaio - Racconti Scelti - LA CASA NELLO STOMACO DEL PESCE

"Gli uomini mi hanno definito pazzo, sebbene non risulti ancora chiaro se la pazzia sia, o no, il grado più alto dell'intelletto, e se molto di quanto dà gloria e tutto ciò che rende profondi non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione dello spirito, a spese dell'intelletto in genere".

Edgar Allan Poe, “Eleonora”, 1842.

Qualcuno narrava, in tempi non sospetti, che a Venezia, città lagunare molto amata da poeti, scrittori, filosofi, scienziati e artisti di ogni luogo e tempo, vi siano tre luoghi magici e nascosti. Alcuni grandi veneziani, tra i quali il fumettista Hugo Pratt, amavano situarli presso la Calle dell'Amor degli Amici, un'altra presso il Ponte delle Maravegie e un'altro a San Geremia, in Gheto Vecio.

Quando i Veneziani erano stanchi delle autorità costituite, s'inoltravano oltre una di queste porte, per andare in posti bellissimi e in altre storie

Sarebbe comodo poterlo fare ancora, purtroppo la città lagunare soffre di un sempre maggiore spopolamento, causato dalla pessima amministrazione cittadina e dalla volontà di renderla sempre di più una città museo e una gallina dalle uova tanto dorate.

Alberto Savinio, fratello di Giorgio De Chirico, scrisse un meraviglioso omaggio alla città lagunare, un vero e proprio canto tra i canali, “Ascolto il tuo cuore, città”.

Paragonava Venezia a una vecchia puttana, dal trucco sfatto e dalle curve decadenti, ma ancora capace di ammaliare e stritolare nella sua morsa di perversa amante.

Rimanendo sempre terribilmente bella e altera, come poche bellezze nel mondo.

Venezia è una donna, l'amante che tutti vorremmo.

Come ogni donna ha i suoi lati solari, vivaci e teneri,lodevoli e materni. D'altra parte, pullulano segretamente i suoi lati oscuri.

Alberto Toso Fei li ha descritti molto bene nei suoi libri, Lele Fuga e Michele Vianello ce ne hanno dato ottime impressioni nel mai troppo ristampato “Corto Sconto. Itinerari fantastici nella città di Venezia”, in cui, oltre a un viaggio meticoloso nelle sue calli, possiamo venire a conoscenze di leggende e storie dimenticate, personaggi perduti e personalità dimenticate.

John Ruskin e George Byron ne descrissero il cuore romantico e pulsante, mentre il pittore Guardi ne descrisse la decadenza e l'oscurità.

Monet ne dipinse le fantasmagorie di colori, tuttora inimitabili, Signac la vide divisa in miliardi di punti cromatici, senza soluzione di percepirne l'essenza.

Il natio cineasta Tinto Brass ne descrisse l'anima perversa mentre Federico Fellini ce la restituì di cartapesta nel suo meccanico “Casanova”.

Il fumettista Hugo Pratt ne parlava sempre per bocca dei suoi personaggi, in particolare Corto Maltese la descriveva come una madre in cui trovare la morte, molto vicino a certe sensazioni troppo care a Thomas Mann, con la necrofila metafora della gondola come una bara che galleggia sulle acque calme del nulla.

Francesco Guccini ce ne parla come di un bel giro di giostra, lasciata a morire mentre ignare le persone ne distruggono l'anima, il gruppo musicale reggae locale, ormai disciolto, “Pitura Freska”, descrivono con ritmica nostalgia gli ultimi vagiti di una bambina morente.

Venezia ha troppo lati oscuri, molti dei quali, nonostante lo sfacelo, sono rimasti intatti nel corso del tempo, molti hanno trovato impresso il ricordo nelle pagine di scrittori e indagatori, altri sono rimasti dimenticati, ma non sulla bocca degli anziani, in cui rivivono antichi ricordi di memorie sepolte sotto le coltri del tempo.

Una di queste leggende ha trovato l'intelligente penna del parapsicologo Jan Vajda, nato a Budapest nel 1967, naturalizzato cittadino elvetico nel 1990 e ora professore all'università di Reikjavik dove ricopre la cattedra di psicologia del profondo.

Al suo attivo, parecchi titoli nel campo psicologico, ove conviene citarne alcuni dei più interessanti: “La macchina della realtà” (Bantam Books, 1997), “Reale e immaginario” (Doubleday, 1998),

“Sogno, visioni e irrealtà” (Oxford University Press, 1999), “Inconscio e realtà e spettri” (La Pleiade, 2005) in collaborazione con Olaus Wormius, medico legale. Con la famosa dottoressa Susan Calvin, fondatrice del primo gruppo di “Ghost Hunters” totalmente femminile all'università di Edimburgo, noto come “The frightners”, attivi ormai dal 1991, Vajda suggella un periodo molto lungo di ricerche complesse culminato con il resoconto “Sospesi nel vuoto” (Arkham House, 2010), in cui trovano posto leggende di spettri e indagini sul campo.

Proprio per quest'ultimo lavoro, il professor Vajda e la dottoressa Calvin hanno analizzato molte leggende veneziane che ancora ai giorni nostri non riescono a trovare una giusta collocazione.

Stabiliti per circa due anni in pianta stabile nella città lagunare, Vajda, Calvin e la loro squadra composta da una decina di componenti, hanno passato al setaccio ogni luogo, edificio, biblioteca e chiesa che anche solo fosse in odore di stranezza.

Oltre a luoghi famosi già descritti con dovizia storica da Alberto Toso Fei, il professor Vajda si è imbattuto in un luogo quasi dimenticato dalle odierne memorie, scoperto fortunosamente.

Infatti Vajda racconta di come, durante una giornata di studio solerte presso la Biblioteca Marciana, la dottoressa Calvin avesse trovato i resoconti storici originali dell'epoca, purtroppo anonimi, in cui si accennava con molti particolari alle nefandezze compiute da un depravato durante il dogado di Marin Faliero.

Non solo Biagio il macellaio, ma anche un uomo, di nobile estrazione, che nel manoscritto veniva indicato solo con una “V”, si dedicava a una pratica tremenda: l'uccisione e la mutilazione completa dei corpi di bambini, con età compresa tra i dieci e i quindici anni.

Li faceva letteralmente a pezzi, come molto tempo prima l'aveva fatto il maledetto Biagio, cui venne poi dedicata l'omonima “Riva de Biasio”, situata nei pressi della stazione centrale di Venezia.

Questo nuovo serial killer ante litteram, sempre secondo la cronaca, aveva al suo attivo ben ventinove uccisioni, perpetrate sempre durante la luna piena di ogni mese.

Secondo i testimoni, girava sempre nottetempo, vestito elegantemente e con un tabarro rosso vinaccia, insolito per gli usi dell'epoca, in quanto previsto l'obbligatorio uso del colore nero.

L'Uomo dal Tabarro Rosso, come si evince dal manoscritto, incappò in un errore madornale. Fu visto nelle vicinanze dei bambini di una ricca famiglia proprio nel periodo precedente alla luna piena e, quando i bambini scomparvero, i testimoni pensarono immediatamente a descrivere alle autorità quel sinistro nobile, mal visto da tutti, che dimorava nei pressi di Rialto, in una sontuosa abitazione dirimpetto alla Chiesa di San Salvador.

Lo sorpreso poco dopo l'atto criminoso, nella casa ritrovarono tutti gli attrezzi di tortura e di operazione chirurgica, scoprirono inoltre che l' Uomo dal Tabarro Rosso si divertiva un mondo a violentare sessualmente le sue vittime, prima di ucciderli e farli a pezzi.

Fu massacrato sul posto, senza tante cerimonie e il suo corpo smembrato fu poi bruciato sul rogo in piazza S.Marco, nel giorno di Natale del 1651.

La sua casa passò di mano in mano, secondo una sequenza sinistra di morti da far invidia al sedicente fantasma maledetto di Cà Dario.

Il palazzo trovò una sua degna conclusione non appena fu usato da Napoleone Bonaparte come stalle per i cavalli delle sue truppe, durante l'invasione che avrebbe segnato la fine della Serenissima.

In tempi recenti, l'edificio in questione fu ristrutturato nelle fondamenta e divenne la sede della filiale veneziana della Banca d'Italia.

Strani avvenimenti accadevano da molto tempo nel suo interno.

Secondo le testimonianze oculari, gli inquilini lamentavano della presenza insistente di voci di persone e animali, come di bambini che urlavano nel cuore della notte e di cani che latravano disperatamente. Senza tralasciare poi la lunga trafila di porte che sbattevano violentemente senza apparente motivo, di tubature nuove di zecca che scoppiavano, di corto circuiti che prendevano gli impianti elettrici.

Senza contare poi le morti che avvenivano con strana rapidità, compresa la vicenda di due coniugi che trovarono la morte per malattia poco tempo dopo l'uno dall'altro.

Il culmine fu raggiunto con l'avvistamento notturno di una forma abbastanza definita di un bambino

che scappava da un uomo massiccio che li inseguiva.

Poi durante una tempesta violenta, un fulmine colpì l'impianto elettrico della casa, per fortuna senza incendiarlo.

Gli inquilini iniziarono ad andarsene, per ultimi una coppia di coniugi che fino a poco tempo prima avevano ammonito l'amministrazione della Banca d'Italia, proprietaria degli appartamenti in affitto che le vicende sinistre di quella casa non sarebbero finite.

Purtroppo avevano ragione da vendere. Durante i lavori di ristrutturazione, molti operai furono vittime di incidenti sul lavoro, spesso mortali, mentre alcuni dipendenti della filiale morirono di malattia sospetta.

Vajda e Calvin fecero diversi sopralluoghi nell'edificio, molte notti furorno dedicate all'analisi dei loro potenti strumenti. Fu versato parecchio inchiostro ma alla fine entrambi i cacciatori di spettri convennero ad un'unica conclusione.

La casa era fortemente infestata, una tremenda impregnazione psichica che si ripercuoteva nel tempo e a seconda dei momenti energetici più forti.

Vajda propose di purificare il luogo attuando una vera e propria pulizia totale dell'ambiente, con sale e varechina.

Susan Calvin fece la scoperta che il Tabarro Rosso del temibile assassino era conservato presso il museo Correr in un scantinato non visibile al pubblico, insieme a due mannaie usate per i massacri dei bambini.

Ottenuto il permesso, Vajda e Calvin poterono finalmente passare al vaglio anche quei maledetti artefatti, impregnati di tutta la malvagità del caso.

Ora gli appartamenti sono vuoti dal 2009, le manifestazioni non si sono interrotte e nessuno ha intenzione di andare ad abitare gli appartamenti situati sopra il negozio di scarpe di campo San Salvador.

Per ora, sembra siano usati a magazzino, ma anche i dipendenti del negozio hanno molti timori, in quanto erano già al corrente di tutta la vicenda, avendo spesso interloquito con gli ultimi coniugi fuggiti via dalla casa maledetta.

Per ora, il numero 4799 del Sestiere di S. Marco, ironicamente in centro perfetto della città lagunare, simboleggiato dalla colonna situata in mezzo agli edifici, continua a guardare scorrere il vociare dei turisti e dei bancarellari.

La casa nello stomaco del pesce, come la definiva Vajda, ancora non è stanca di vivere.

Misteri Arcani - Rubrica di Fabrizio Melodia - l'Astrofilosofo 

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