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15112015

2013 Gennaio - Astrologia - L’ASTROLOGIA NELLA DIVINA COMMEDIA

Nella Divina Commedia di Dante troviamo sintetizzata la visione cosmologica medievale. Essa è una diretta derivazione della concezione aristotelica, in parte differente da quella tolemaica, filtrata attraverso la riflessione teologica di derivazione tomista, operata nella prima metà del XIII secolo da Tommaso d’Aquino.

Nel poema e in particolare nella terza cantica, del Paradiso, gli elementi astronomici e cosmologici sono parte integrante della costruzione poetica. In numerosi versi del poema, sono presenti situazioni astronomiche ben definite e riconoscibili che e ne indicano gli influssi sui comportamenti e le sorti degli umani. Astronomia e astrologia sono fusi in un’unica concezione, poetica ed esistenziale.

Ciò è tanto più vero nella cantica del Paradiso, dove le anime appaiono a Dante nei diversi cieli. Ma la cosmologia dantesca è, contemporaneamente, una visione morale del mondo. Per l’Autore, la virtù divina è causa e creazione di tutto ciò che esiste. I cieli e le loro influenze agiscono come cause derivanti dalla creazione. Il loro moto non è un fatto puramente meccanico, ma ad essi presiedono le singole gerarchie o intelligenze celesti, ognuna per uno specifico cielo. Ogni pianeta e ogni costellazione ha una specifica influenza sulle creature terrestri. Sulla visione astronomica-astrologica di Dante hanno esercitato una significativa influenza l’opera di Alfragano, commentatore di Tolomeo, e le Etymologiae di Isidoro di Siviglia.

La L U N A - Paradiso, Canto 1 v. 115 – 117:

Questi ne porta il foco in ver la luna;

Questi né cor mortali è permotore;

Questi la terra in sé stringe ed aduna

Dante comprende perché il fuoco sale verso la LUNA.

Infatti vi è una legge che regola la vita degli animali. Egli asserisce che la Terra rimane in sé compatta a causa della gravità (pleniuntoniano) come gli uomini e gli angeli sono giudicati nella selezione dell’amore.

Paradiso: Canto 2: dal v. 28-

<<28 Volta ver me, si lieta come bella, (Beatrice)

29“Drizza la mente in Dio grata” mi disse,

30 “Che n’’ha congiunti con la prima stella (La Luna)

31 Parea a me che nube ne coprisse

32 lucida, spessa, solida e polita,

33 quasi adamante che lo Sol ferisse

34 Per entro sé l’eterna margharita (gemma)

35 ne ricevette come acqua recepe

36 raggio di luce permanendo unita>>.

Il gaudio dell’anima è la luce di bellezza al volto.

Dante usa indifferentemente la parola stella per indicare anche i pianeti. Infatti, attraversando i vari cieli egli va sempre in quella parte di essi dove è il pianeta da essi contenuto. I cieli dell’astromia dantesca sono sfere, o propriamente strati sferici concentrici intorno alla terra, trasparenti ed invisibili. I pianeti sono penetrati, (congiunti) alla sostanza lunare, preziosa ed incorruttibile (prima stella), cioè la Luna, poiché brilla più di ogni altra sfera.

Paradiso, Canto X, v. 64-68: la Luna

<<Io vidi più fulgor vivi e vincenti

Far di noi centro e di se far corona.

Più dolce in voce che in vista lucenti:

così cinger la figlia di Latona (Luna)

vedem talvolta, quando l’aere è pregno. (Sole)>

Qui Dante descrive come a forma di ghirlanda gli astri si sono disposti attorno a Beatrice e il Sommo, quindi il loro fulgore vince quello del Sole. E’ qui che vediamo la Luna. (Diana, figlia di Latona e Giove) cingersi del suo alone quando l’atmosfera è satura.

Paradiso. Canto XXII , (Versi 133-150):

<<Col viso ritornai per tutte quante

le sette spere, e vidi questo globo

tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;

e quel consiglio per migliore approbo

che l’ha per meno; e chi ad altro pensa

chiamar si puote veramente probo.

Vidi la figlia di Latona incensa

sanza quell’ombra che mi fu cagione

per che già la credetti rara e densa.>>

Il Sommo poeta Dante Alighieri rifacendosi al discorso di San Tommaso d’Acquino, ,

nel P U R G A T O R I O, canto 16° del purgatorio così scrive dal v. 67 all’: 81

<<67 Voi che vivete ogni ragion recate

68 pur suso al cielo, pur come se tutto

69 movesse di necessitate.

70 Se così fosse, in voi fosse distrutto

71 Libero arbitrio, e non fora giustizia

72 Per ben letizia, e per male aver lutto.

73 Lo cielo i vostri movimenti inizia,

74 Non dico tutti, ma posto ch’i ‘l dica,

75 Lume v’è dato a bene ed a malizia,

76 E libero voler; che sé fatica.

77 Ne le prime battaglie col ciel dura,

78 Poi vince tutto, se ben si notrica

79 A maggior forza e a maggior natura,

80 Liberi soggiacete; e a quella cria

81 La mente in voi , che ‘l ciel non ha in sua cura>>.

Nell’analisi del verso 67-68, Dante spiega come gli uomini si riferiscono di continuo ai movimenti celesti. Tutto ciò che accade sulla Terra è come se tale movimento imprimesse a tutte le cose, comprese le azioni umane, una necessità . Ciò vorrebbe dire che l’influenza delle stelle sarebbe, in tutto e per tutto, determinante. Mentre nel verso 70-72: “Se così fosse…” il ragionamento procede come una dimostrazione indiretta per assurdo: immaginiamo cioè che sia vera la teoria delle sfere stellari che “movessero di necessitate” le cose terrestri e i voleri umani: allora non avremo più libero arbitrio e di conseguenza nessun atto umano potrebbe essere imputato, in bene o in male ad un individuo. Chi non ha la possibilità di sceltà è schiavo e non può né meritare, né demeritare. Dio, invece, nell’eternità punisce e premia l’operato umano dando a chi ha agito secondo il bene, il Paradiso (la letizia), a chi secondo il male l’Inferno (lutto).

Il grande poeta asserisce che Dio è giusto, quindi non può essere vero il contrario, cioè che l’uomo non sia libero.

Dal v. 73 al v. 78: “lo cielo…” rappresenta l’impulso primo alle azioni, ma, anche se si ammettesse che ogni impulso dell’animo proviene dagli influssi celesti, non ne seguirebbe che l’uomo è obbligato “di necessità” a seguirli. Il lume della ragione secondo il Sommo poeta è stato dato da Dio agli uomini per distinguere il bene dal male e il libero volere per la scelta del bene e la lotta contro le passioni.

“Se fatica…” con questa parola Dante ci fa comprendere che da prima il combattimento è duro, in seguito il libero volere deve essere nutrito e confortato con il proposito e l’esercizio delle virtù.

I concetti espressi in questo canto , se da un lato riportano il pensiero di San Tommaso, dall’altro confermano quanto scritto da Sant’Agostino nelle Confessioni riguardo al “ libero arbitrio”.

Proseguendo nella Divina Commedia, Dante afferma nel canto 18 del purgatorio dal v. 67 al v.72 e nel Paradiso dal canto 5 v. 19-22.

Canto 18:

<<67 color che ragionando andaron in fondo,

68 s’accorser d’esta innata libertate;

69 però moralità lasciando al mondo

70 nde poniam che di “Necessitate”

71 surga ogni amor che dentro voi s’accende ,

72 di ritenerlo è in voi la spodestate>>.

In questi versi il Sommo Poeta spiega come gli antichi filosofi, quelli che investigarono profondamente i problemi, riconobbero nell’uomo la libertà; perciò diedero al mondo una dottrina morale. L’Amore, quale origine dell’azione, non può derivare dalla sfera della realtà , ma dalla sfera della libertà (essenziale alla consapevolezza della moralità). Secondo il Sommo la libertà procede e si basa sulla volontà dell’atto che può rimuovere ogni resistenza interiore.

Egli spiega che la tendenza o inizio dell’azione generata dall’amore (ricordare il termine nel canto XXXIII del Paradiso), è qualche cosa che è propria dell’uomo e che gli appartiene perché ne è l’autore. Egli prosegue asserendo che se fosse il contrario, cioè che l’amore nasca in noi da un impulso non deliberato, la ragione ha sempre il potere di accogliere o respingere l’amore. Il discorso del poeta si rifà a quanto riporta lo scrittore Boezio quando asserì:”Non in voluntate sede in indicathione voluntatis constat”. Mentre nel Paradiso , al

canto V° , dal v. 19-24

<<19 Lo maggior dono che Dio per sua larghezza

20 fece creando, ed a la sua bontate

21 più conformato, e quel ch’è più apprezza.

22 FU DE LA VOLONTA’ LIBERTATE;

23 di che le creature intelligenti

24 E tutte E SOLE, FURON E SON DOTATE>>.

Si considera dunque ATTO UMANO quello che precede dalla libera VOLONTA’ dell’uomo. E, perché l’atto sia libero, si richiede che sia sotto il dominio della VOLONTA’ , non dei pianeti o delle influenze dello zodiaco, in maniera che l’individuo possa agire o non agire, scegliere una cosa piuttosto che un’altra. Dalla libertà procede l’’Elezione, dalla “Elezione” il merito o demerito, in quanto l’intelletto è intervenuto, facendo liberamente suo quel che ritiene giusto o ingiusto, bene o male.

Nei versi 23 e 24 del canto Dante asserisce come gli angeli e gli uomini furono dodati di LIBERO ARBITRIO al momento della Creazione, ed anche dopo il peccato originale.

<<L’aspetto del tuo nato, Iperione,

quivi sostenni, e vidi com’ si move

circa e vicino a lui Maia e D•one.

Quindi m’apparve il temperar di Giove

tra ‘l padre e ‘l figlio; e quindi mi fu chiaro

il variar che fanno di lor dove;

e tutti e sette mi si dimostraro

quanto son grandi e quanto son veloci

e come sono in distante riparo>>.

Paradiso. Canto XXVIII Versi 22-39

<<22Forse cotanto quanto pare appresso

23 alo cigner la luce che ‘l dipigne

24 quando ‘l vapor che ‘l porta più èspesso,

25 distante intorno al punto un cerchio d’igne

26 si girava sé ratto, ch’avria vinto

27 quel moto che più tosto il mondo cigne;

28 e questo era d’un altro circumcinto,

29 e quel dal terzo, e ‘l terzo poi dal quarto,

30 dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.

31 Sopra seguiva il settimo sé sparto

32 già di larghezza, che ‘l messo di Iuno

33 Intero a contenerlo sarebbe arto.

34 Così l’ottavo e ‘l nono; e ciascheduno

35 più tardo si movea, secondo ch’era

36 in numero distante più da l’uno;

37 e quello avea la fiamma più sincera

38 cui men distava la favilla pura,

39 credo, però che più di lei s’invera.>>

Rubrica Astrologica a cura di Alessandro D’Angelo

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